Mercato Flaminio I

elisa ludo

icona-alimentareLa struttura originale del mercato Flaminio I (per distinguerlo da Flaminio II sempre coperto in via Guido Reni) apparteneva alla nobile famiglia Ruffo e risale agli inizi del Novecento. A quell'epoca il mercato che già si svolgeva in quella zona era per strada, ma negli anni Quaranta la contessa Ruffo lasciò quelli che per la famiglia erano stati dei magazzini al Comune di Roma che li trasformò in un mercato rionale al coperto.

Tra i banchi del mercato

La struttura originale del mercato Flaminio I (per distinguerlo da Flaminio II sempre coperto in via Guido Reni) apparteneva alla nobile famiglia Ruffo e risale agli inizi del Novecento. A quell'epoca il mercato che già si svolgeva in quella zona era per strada, ma negli anni Quaranta la contessa 4Ruffo lasciò quelli che per la famiglia erano stati dei magazzini al Comune di Roma che li trasformò in un mercato rionale al coperto. Oggi questo mercato sulla via Flaminia a pochi passi da piazza del Popolo, da Villa Borghese e dal museo per bambini Explora è un concentrato di dodici banchi, esercizi tutti diversi che si sono uniti in una Ags. C'è il macellaio, il pescivendolo Fabio che ha ereditato dal nonno, l'egiziano Milad con il suo banco di casalinghi, l'alimentari di Luca, la tintoria, il negozio per ufficio e due banchi di frutta e verdura.
“Io sono qui al mercato da quando avevo 16 anni, oggi ne ho 46 – racconta Luca che nel suo banco alimentari propone alcune specialità come certe treccione di mozzarella di bufala da due chili e mezzo e le tielle di Gaeta fatte arrivare fresche fresche (arrivi che non manca di segnalare sulla sua pagina Facebook) – ho iniziato facendo le consegne per mio zio e poi il banco è passato a me. Io penso di avere la migliore clientela che possa avere un commerciante: puntiamo molto sulla qualità e la fiducia. Alcuni dei miei clienti li conosco da quando ero ragazzino perché portavo loro le cose a casa”.
2Figura più storica ancora di Luca è Fabio, che con il suo banco del pesce ha visto cambiare il mercato sotto i suoi occhi. “Il banco era di mio nonno, poi dei miei genitori e infine l'ho rilevato io. La clientela è fissa, abitanti della zona o chi lavora negli uffici, mi chiamano al telefono e mi chiedono che cosa ho poi passano a ritirarlo o glielo consegno a domicilio”.
Il numero di banchi è un po' diminuito negli ultimi trent'anni ma non di molto perché una volta erano molto numerosi i frutta e verdura ma non c'erano i box laterali, quasi piccoli negozi che diversificano l'offerta.
Dei tanti banchi a centro mercato specializzati in ortofrutta ora ne rimangono solo due oltre a quello della famiglia Manciocchi, coltivatori diretti . Qui Massimo e le sue figlie, Ludovica ed Elisa, sono subentrati ai nonni che per questioni di età non se la sentivano più di portare avanti il lavoro della terra e il mercato. Tutti i giorni portano i prodotti dalla campagna di Velletri al mercato Flaminio e la vendono aggiungendo alla bontà delle loro albicocche, dei loro pomodori, delle loro uova e del loro vino la bellezza, la gentilezza e la freschezza di queste due ragazze di poco più di vent'anni (22 Ludovica, 24 Elisa). “Io è da quando sono bambina che vengo al mercato, studiavo la sera e il giorno venivo qua – racconta Elisa – è un lavoro che amo. Mi piace parlare con la gente, ascoltare quello che hanno da dirti le persone, parlare dei prodotti... A forza di stare qua sono diventata anche un po' cuoca, mi invento le ricette con i frutti della nostra campagna. La clientela è quella dei privati, dei ristoranti e anche degli impiegati dei tanti uffici qui intorno. Se ce la fanno passano la mattina prima di andare a lavorare oppure telefonano, ordinano le cose e chi riesce passa a ritirarle in pausa pranzo oppure papà glielo porta anche in ufficio”.

Il paese di Alice

6“Quando sono stata la prima volta al mercato Flaminio ero ancora piuttosto piccola, me ne stavo sul passeggino ma non ne avevo per niente voglia. Avrei voluto scorrazzare per tutto il mercato e invece no mia mamma mi aveva legata lì sopra e non se ne parlava di scendere così ho cominciato a buttare giù cose dal passeggino: la bottiglia dell'acqua, il ciuccio, un'albicocca che mi avevano regalato. E una ragazza con dei begli occhi castani e una lunga treccia non smetteva di raccogliermi tutto e allora mi sono messa ad osservarla, lei e pure sua sorella che a parte la treccia era molto simile a lei, e sono rimasta stupita perché delle ragazze così sorridenti, così ben truccate, con le unghie tutte colorate io al mercato non le avevo viste mai”.

icone-ricettaLA RICETTA DI ALICE
Pasta alle melanzane (non fritte, ma in padella)
Per un piatto estivo, fresco, colorato e non pesante Elisa consiglia di fare un soffritto con aglio, olio, cipolla, tanto basilico e un po' di peperoncino. Al quale aggiungere le melanzane fatte a tocchetti senza buccia (se sono quelle nere vanno messe sotto sale per perdere l'amaro, se sono viola non è necessario) e il pomodoro. Un quarto d'ora, venti minuti al massimo e il sugo è pronto, nel frattempo puoi cuocere la pasta al dente e infine ripassarla con le verdure non appena scolata.

Quattro passi più in là

Questa volta sono davvero quattro passi, e quattro numeri civici, a separare il mercato e la prima tappa della nostra passeggiata. E per una volta a guidare è stata Alice, trascinandoci nella bottega della signora Pierina, meglio nota come la CASA DELLE BAMBOLE. Il nome del negozio già dice tutto: per chi ha figli piccoli e la tv spesso accesa sui canali per bambini, la signora Pierina può essere descritta come una “Dottoressa Peluche” ante litteram. Da decenni la sua missione è infatti quella di restituire il sorriso ai bambini curando, riparando e rivestendo le loro bambole. E dal 1987 questa missione ha il suo quartier generale nella “Casa delle bambole”, un luogo a metà strada tra l'officina e il museo, che nel 2001 ha ottenuto il riconoscimento ufficale di “bottega storica” dal Comune di Roma. Ma il negozio ha avuto una storia travagliata, e il sorriso gentile di Pierina nasconde un'anima battagliera: questa donna che ai bambini appare come una fatina, con gli assessori ha saputo trasformarsi in drago sputafuoco, fino a incatenarsi al Campidoglio per restituire un tetto alle sue bambole dopo lo sfratto che nel 2009 le aveva esiliate dalla sede storica di via Magnanapoli. Sì, perché “La casa delle bambole” in realtà si è stabilita in via Flaminia solo dal dicembre del 2010, al termine di un lungo braccio di ferro con le amministrazioni locali. Vale la pena di fare un po' di storia: la bottega originaria è inaugurata nel 1939 nel rione Monti da un artigiano che ripara cavalli a dondolo. E lo fa fino al 1946, quando viene rimpiazzato da un restauratore di bambole. Pierina e il marito Angelo gli subentrano nel 1987, con l'impegno di non occuparsi di riparazioni, per non far concorrenza all'altra bottega che il restauratore ha aperto in via Labicana, poco lontano. Ma i clienti continuano a presentarsi nel negozio di souvenir di Pierina con l'aria triste in viso e in mano bambole bisognose di aiuto: così la fatina si arma di ago e filo e si lancia nell'avventura che ancora oggi riempie i suoi giorni, in un altro angolo di Roma, ma con lo stesso entusiasmo. Ora il suo negozio espone anche una collezione privata di 64 pezzi, che vanno dalle bambole in porcellana del primo '800 alle bambole Lenci degli anni '30. Ma se chiedete a Pierina quale sia la sua preferita, vi indicherà una bambola in abito bianco regalata dal marito il giorno di Pasqua del 1974: è stato il modo escogitato dal signor Angelo per chiederla in sposa. E ha funzionato, visto che l'anno dopo i due si scambiavano le fedi, e oggi sono ancora qui, pronti a raccontare agli avventori la loro storia.

E appassionante è la storia dell'artista che ha voluto regalare alla città le sue opere, e l'intero palazzo che le ospitava: per chi volesse fare un tuffo nella Roma degli artisti a cavallo tra '800 e '900, basterà attraversare la via Flaminia e imboccare via Pasquale Stanislao Mancini, fino a raggiungere quella “Villa Helene” oggi conosciuta come MUSEO HENDRIK CHRISTIAN ANDERSEN. La storia dello scultore norvegese – ma statunitense d'adozione – è al tempo stesso la storia di un amore e quello di un'ossessione. L'amore è dichiarato in maniera magniloquente nelle due stanze al piano terra, che vedono il visitatore investito da una sorta di danza, di coreografia in bronzo e gesso affollata di atleti possenti, cavalli imbizzarriti, putti giocherelloni e nude gigantesse: è l'amore per la scultura classica, unito alla folgorazione per l'arte di Michelangelo. Ma tutte queste figure - forse retoriche, forse ormai lontane dal gusto contemporaneo – non sono altro che le tessere di un più ampio mosaico che Andersen sognava di realizzare, l'utopia che lo accompagnerà fino alla morte: quella di fondare il “Centro mondiale di comunicazione”, una città internazionale da consacrare alle arti, alla scienza e alla filosofia. Il progetto è tracciato nero su bianco, fin nel minimo dettaglio, in un librone che fa mostra di sé nello studio dell'artista: e se oggi può sembrare la pazza idea di un megalomane, nell'Europa di inizio Novecento imbevuta di ideali pacifisti la suggestione di Andersen trovò il sostegno di personalità che andavano dal collega scultore Rodin al fondatore delle Olimpiadi moderne de Coubertin, dallo scienziato Guglielmo Marconi a papa Benedetto XV, fino ad affascinare teste coronate con il re del Belgio e lo stesso Vittorio Emanuele III. Ma le generiche espressioni di favore diventarono concreto appoggio solo quando la megalomania di Andersen incontrò quella – verso altri fini indirizzata – di Benito Mussolini, che nel 1928 arrivò ad assegnare allo scultore anche il lotto di terreno dove realizzare l'opera della sua vita. Si trattava di un'area costiera tra Ostia e Maccarese, che evidentemente aveva nel destino una vocazione internazionale: lì dove doveva sorgere la mai nata Città Mondiale, oggi si trova l'aeroporto Leonardo da Vinci. Ma il seme gettato da Anderson nella mente del Duce non rimarrà senza frutto: gli echi ideali della sua monumentale retorica risuonano ancora oggi tra i palazzi dell'Eur. Ma se dal pianterreno portiamo i nostri passi al primo piano, il museo ci racconta anche la vicenda umana di Andersen, scandita da grandi amicizie (particolamente affettuosa quella con il romanziere Henry James, come testimonia un appassionato epistolario) e dall'imprescindibile presenza di tre donne. La madre Helene, cui è intitolato il palazzo; la cognata, musa e finanziatrice Olivia; e soprattutto Lucia, arrivata diciottenne a Roma dalla Ciociaria in cerca di fortuna e divenuta modella, governante e poi sorella adottiva dell'artista. Ci sono le sue forme in quasi tutti i nudi femminili esposti nella galleria, ma quando non posava per lo scultore, Lucia faceva da badante alla madre e mandava avanti le faccende di casa. Nel 1918 prese ufficialmente il cognome degli Andersen, e visse a villa Helene fino al 1978. Il senso pratico di chi deve ingegnarsi per tirare avanti lo dimostrò appieno anche dopo la morte dell'artista, avvenuta proprio mentre l'Italia stava per entrare nella Seconda Guerra Mondiale. Nel 1946 il palazzetto che era stato un atelier d'artista sarà trasformato nella ben più prosaica “Pensione Villa Helene”, e si mormora che le stanze che un tempo avevano ospitato le visite di artisti e mecenati, nel dopoguerra per una ventina d'anni siano servite piuttosto a nascondere agli occhi di mogli ignare le poco scultoree nudità dei loro mariti, intenti a esercitare altre forme di mecenatismo nei confronti di ben retribuite modelle.

Uscendo dal portone del museo dedicato all'artista norvegese, e dalla palazzina intitolata a sua madre, pochi passi ci separano dalla porta monumentale che ha fatto da scenografia a uno dei più memorabili ingressi in Roma che la storia ricordi. Protagonista un'altra donna scandinava, che per circa trent'anni sarà l'indiscussa regina - laica e illuminista - di una città da secoli e per secoli dominata dai Papi. Stiamo parliamo di Cristina di Svezia, e della sua entrata trionfale a PORTA DEL POPOLO. Siamo nel 1655, anno cruciale per Roma. Muore Papa Innocenzo X Pamphili, e con lui svanisce l'influenza della temuta e potentissima cognata Donna Olimpia, da molti considerata la vera sovrana dello Stato Pontificio, che in quell'anno si ritirerà nella Tuscia per morire di lì a poco.. Se per avere un nuovo pontefice basterà aspettare il conclave, e la fumata bianca che il 7 aprile incorona Alessandro VII Chigi, per regalare a Roma una nuova sovrana bisognerà invece arrivare quasi a Natale. Ma l'entrata in scena sarà davvero in grande stile. E' il 23 dicembre. In città piove e tira vento. I romani accalcati in piazza del Popolo iniziano a intravedere il corteo che si avvicina dalla via Flaminia. Alla testa ci sono otto trombettieri, un tamburino e due paggi. E subito dietro una figura a cavallo di un bianco destriero, avvolta in una mantellina nera. Sul capo ha un ampio cappello piumato, ma chi ne scorge il viso può intuire – forse con stupore - il grosso naso e i lineamenti vagamente maschili, tanto lontani dall'immagine che Greta Garbo ha regalato di lei ai nostri contemporanei. A seguire, una carrozza argento e celeste, vuota: l'ha disegnata per lei il Bernini in persona, ma Cristina di Svezia ha preferito cavalcare da sola. (In seguito i due stringeranno amicizia, e sarà lo stesso Bernini a progettare per lei la speciale sedia – ben più di uno sgabello e poco meno di un trono – che le permetterà di sedere a tavola con il Pontefice, risolvendo un complicato problema di cerimoniale. Quello di avere il Bernini come designer personale non stupisce, in una donna come Cristina: ai tempi di Stoccolma, le ripetizioni private di filosofia gliele dava Cartesio...). Il suo ingresso in città è solo il primo atto di una appassionante vicenda che vedrà la regina anti-conformista e ribelle diventare in breve la grande protagonista della vita culturale romana: nei palazzi che abita ospita cenacoli letterari e fonda Accademie per promuovere le arti, la musica, la fisica e la matematica. Si interessa di alchimia e occultismo, patrocina la prima spedizione verso Capo Nord, fonda il primo teatro pubblico della città. E nel corso dei suoi soggiorni romani non manca mai di ingaggiare furibonde battaglie con il Vaticano, dalla difesa delle libertà degli ebrei al diritto delle donne di recitare in scena. Eppure era stato proprio il papato a sponsorizzare col massimo della pompa il suo trasloco nella Città Eterna: nel 1655 era ancora fresco l'inchiostro sulla pace di Vestfalia, e agli spin doctor vaticani non pareva vero di poter vendicare lo smacco ingaggiando una sovrana protestante che aveva appena abiurato Lutero per abbracciare il cattolicesimo. Ma non avevano fatto i conti col temperamento di Cristina (che tra l'altro è ora sepolta in Vaticano, accanto a Papa Wojtyla...). O forse sì, ma avevano giudicato che il ritorno d'immagine fosse superiore al rischio che correvano. Secondo alcuni maliziosi interpreti, una prova evidente della diffidenza del Papa si può rintracciare proprio nella cerimonia di ingresso in città della regina. E qui, dopo una lunga divagazione, torniamo alla nostra Porta del Popolo. La sua ristrutturazione – in occasione della festa per Cristina - era stata commissionata al solito Bernini. Ma il lavoro che gli fu chiesto – e che lui sbrigò con la consueta eleganza – era sostanzialmente privo di logica: perché il portale ristrutturato – con tanto di lapide di benvenuto, che scolpisce sul marmo una dedica al “felice e fausto ingresso” - era quello della facciata interna, ovvero quello che l'ospite d'onore si sarebbe trovato alle spalle una volta varcata la soglia, anziché quello che gli avrebbe dovuto rendergli omaggio al suo arrivo dalla via Flaminia. Per la cronaca – e per voi che come Cristina vi state avvicinando a piazza del Popolo dalla Flaminia – la facciata esterna così come la vedete davanti ai vostri occhi risale a circa un secolo prima, ed è una pur pregevole collezione di “scarti”: quattro colonne provengono dall'antica Basilica di S.Pietro, le statue dei santi Pietro e Paolo sono arrivate fin lì dopo essere state rifiutate dalla Basilica di S.Paolo. E persino il progetto complessivo è “di seconda mano”: papa Pio IV lo aveva affidato a Michelangelo, ma il Buonarroti lo ha poi subappaltato a Nanni di Baccio Bigio, un suo ex discepolo divenuto poi rivale, che a lungo aveva brigato per fargli le scarpe quando lavoravano insieme al cantiere di S.Pietro. Ma questa è un'altra storia...

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DOVE via Flaminia, 60-62
GIORNI DI APERTURA Lunedì - Sabato
ORARIO 7:00 - 14:00
PARCHEGGIO spazi bianchi e blu
AUTOBUS dalla stazione Termini, Linea 910
METRO A (fermata Flaminio)